Don Celi, un prete salesiano con il cuore di Don Bosco

Don Giuseppe CeliIl titolo può apparire improprio, inadeguato e forse anche sconveniente, ma ha una sua giustificazione. Ho cercato tenacemente di essere sollevato dallincarico di scrivere questa nota celebrativa, affidatami dal Presidente degli Ex Allievi nicesi e di passare la mano ad altri gratificati per tal compito da una pi lunga e confidente consuetudine con Don Celi: nel necrologio di Don Celi, Don Tommaso Durante aveva scritto belle e toccanti cose e aveva riportato anche belle e toccanti testimonianze di affezionati Ex Allievi. Perch, ad esempio, non affidare lincombenza a quegli Ex Allievi che avevano, negli scritti apparsi in occasione della Sua scomparsa, fatto professione di dedizione pressoch filiale a Don Celi? In fondo nella compagine degli oratoriani salesiani, non ero un organico, ma tuttalpi un collaterale.
Una giustificazione, per, per queste brevi pagine, seppur di modesto conto, c'è.
Quando ho avuto notizia dalla dirigenza degli Ex-Allievi nicesi dellinoltro della pratica per elevare agli altari Don Celi, mi sono chiesto, quasi criticamente, se Don Celi, nella sua grande umiltà, avrebbe approvato unoperazione del genere; ma qualcosa mi ha indotto a respingere questo insolente pensiero e mi sono ritrovato, quasi proustianamente, di fronte al Direttore una tarda sera, dopo che Don Bepi si era estenuato nelle sue operazioni di braccia e di mente per la sua creatura: l'Oratorio. Vedendolo stanco, molto stanco, seppur felice, gli avevo detto scherzosamente: Coraggio, Don Celi, vedrà che, dopo tanta fatica, leleveranno agli altari. Quella mia pallida boutade oggi una giustificata speranza.

Dalla relazione al convegno Ex Allievi 2006 abbiamo appreso che sono state raccolte 1261 firme per la proposta di canonizzazione di Don Celi e, insieme alle firme, il materiale giustificativo e che il tutto era stato inviato al Vescovo. Si sa che il codice canonico prevede, in casi del genere, un lungo e complesso iter, ma lincipit dell'operazione c'è stato; il seguito nelle mani delle autorità ecclesiastiche.
Don Celi sugli altari....
Ma come dobbiamo intendere oggi la Santità?
Forse un tempo il Beato, il Santo erano visti e sentiti come creature quasi sospese tra la Terra e il Cielo, compromesse con il divino, quasi avulse dalla condizione umana; ma oggi, specialmente dopo le canonizzazioni di Papa Giovanni Paolo II, sappiamo che i santi sono tra noi, ormai siamo tutti più consapevoli della destinazione di tutti alla santità; abbiamo visto eretti sugli altari religiosi e laici dogni et e d'ogni condizione sociale d'ogni angolo della terra.
Nel Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato nel 2005 con un Motu Proprio di Benedetto XVI, alla domanda n. 428 Siamo tutti chiamati alla santit cristiana, si risponde: Tutti i fedeli sono chiamati alla santità cristiana. Essa pienezza della vita cristiana perfezione della carità e si attua nellunione insieme con Cristo e in Lui, con la Santissima Trinità. E, circa le regole per il conferimento del titolo di Venerabile, il teologo Ennio Apeciti ha scritto su Famiglia Cristiana: Al candidato alla canonizzazione viene conferita dal Vescovo dorigine il titolo di Servo di Dio, quando ritiene che ci siano fondati elementi per affermare che egli ha vissuto cercando di conformarsi al Vangelo nelle azioni e nelle parole e, per quanto possibile intuire, nei pensieri e nei sentimenti.
Questa conformazione al Vangelo mi pare che sia la condizione giustificante della proposta di canonizzazione di Don Celi.
E la fedeltà di Don Celi al Vangelo e alla sua missione sacerdotale, nel segno di Don Bosco, testimoniata da un suo memorandum, riportato negli atti dun Capitolo Generale dei Salesiani che sintetizza la missionalit salesiana:
1) Guardare i giovani con gli occhi di Don Bosco.
2) Essere loro vicini.
3) Lavorare con entusiasmo con tutti i giovani di qualsiasi condizione sociale, culturale, religiosa.
4) Aiutarli a costruire la vita nella solidariet, nellimpegno, nella letizia.
5) Questo cammino sta nel binomio caro a Don Bosco: fate gli onesti cittadini e buoni cristiani.
Così si spiega il titolo di questo mio scritto: Don Celi, un prete, profondamente e assolutamente prete, senza compromessi mondani e pericolose ambiguità.
A questo proposito ricordo che un giorno assistevo ad una delle rare rarissime trasmissioni culturale della TV che presentava un'intervista ad Umberto Eco. Alla domanda dell'intervistatore: Lei, Eco, suona qualche strumento musicale? Eco rispose: Il flauto diritto, ma da adolescente ho suonato il genis nella banda d'un oratorio salesiano: anzi, non molto tempo fa, un prete mi ha fatto recapitare quel genis.
Come, mi sono detto, un prete, un prete, cos, anonimo. A tutto questo si riduceva la lunga familiarit di Eco con Don Celi? Eppure Eco in quellappellativo generico aveva correttamente definito Don Celi: un prete, così come Un uomo stato intitolato un libro dedicato ad una figura politica del nostro tempo.
Un prete? Un modello di prete, tale che poteva essere proposto come esemplare di vita tutta dedicata al sacerdozio, un uomo di Dio.
Don Celi ha sentito profondamente che la sua condizione di sacerdote lo impegnava totalmente con Dio e che lo dotava del dono del Maestro di curare le anime.
In un suo appunto per la predicazione domenicale scrisse: Gesù, comparendo agli Apostoli nel cenacolo, a porte chiuse, disse: Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete non saranno rimessi.
Qui il grande mistero: Il potere di perdonare i peccati che ha Gesù, egli lo ha dato ai suoi Apostoli, a tutti i vescovi loro successori e per mezzo di questi a tutti i sacerdoti da loro consacrati.
Non sono, queste, solo note, appunti suggerimenti mnemonici per un discorsino in Chiesa: queste parole sono una professione di fede. Di profonda esemplare compenetrazione della funzione sacerdotale. Qui, il grande mistero! C'è  insieme riverenza, gioia dello spirito e grande consapevolezza della propria Missione tra gli uomini.
Quel piccolo prete che avreste potuto accreditare unicamente di abilit manuali e organizzative, era ricco di una profonda cultura spirituale. Siano testimonianza di quanto s'è detto queste affettuose sollecitazioni agli Ex-Allievi:
l'Ex Allievo deve pensare che un punto di partenza, di riferimento, di accostamento per il profondo significato della parola stessa... perchè UNIONE lessere insieme, potenza, forza, intesa di sentimenti, di ideali, al fine di fare un cammino comune. E decisione di più volontà, orientate verso un obiettivo sommo: Dio.
Don Bosco, in questo, fu sempre maestro, e lo spirito di Don Bosco diffusivo, ha bisogno di sconfinati orizzonti per realizzare il piano stesso di Dio, e cio, portare anime a Lui, che salvezza.
L'Ex Allievo che sente in sè questa scintilla di zelo apostolico, comunicandosi agli altri, che sente una personale realizzazione dello spirito di Don Bosco, sente pure il bisogno di portare i lineamenti del Santo con testimonianza in una vita di esemplare modello, in tutte le sue manifestazioni, sempre secondo le sue condizioni professionali nella societ in cui vive, operando cos la sua missione, seminando e sviluppando ovunque il bene.
L'Ex Allievo deve essere un testimone di sani principi; QUI C'E' TUTTA LA SUA IDENTITA'.
Ex Allievo, sei un albero che deve portare frutti buoni, frutti di bene, perchè frutti di alberi cattivi, dalle radici avvelenate, ce ne sono già troppi, che dilagano in una società che vive in tanta superficialità e indifferenza spirituale.
Quindi un grande onore l'appartenere a questa nostra associazione, dove regna sovrana la fratellanza trasmessaci dal nostro Santo, Don Bosco, e dove pure regna la gioia e la serenità, espressa nell'amore e nella carità evangelica.
In un numero de La Voce dell'Oratorio, Don Celi scrisse: Sono Ex Allievi di Don Bosco tutti coloro che all'Oratorio sono passati...; e un Ex Allievo emerito, un giorno, usò una bella espressione per chiarire il rapporto degli Ex Allievi di Nizza con Don Celi e con l'Oratorio: Siano stati tutti impastati qui. Ho potuto, infatti, constatare, specialmente nei Convegni annuali, quale fosse il collante di quell'impasto.
Nell'atmosfera gioiosa dei Convegni Salesiani, quando il cortile si animava di ex giovani che ritrovavano la loro infanzia all'ombra di alberi amici, presso una familiare giostra, si materializzava quel collante. Don Celi in pompa magna si muoveva tra teatro, chiesa e cortile, tra gruppi di giovani e meno giovani che lo circondavano affettuosamente; e in quel momento il piccolo prete diventava grande e si sarebbe detto che riflettesse e irradiasse intorno l'anima di Don Bosco.
Era nato a Terrassa Padovana, il 23 marzo 1908, da famiglia di mezzadri, gente usa alla fatica, alla sopportazione delle controversie e allumile rassegnazione. I ricordini funebri dei genitori di Don Celi sono uneloquente testimonianza della temperie spirituale della sua famiglia.
Accanto alla fotografia ricordo della Mamma si legge:
Celi Adelaide, nata Fumiam - Valsansivio Galzignano (Padova) - 18/11/1878
Casabianca (Asti) 20/8/1969.
Resterà nel ricordo di tutti -esempio di sposa fedele - e madre cristiana- modello per umilt e vita interiore -congiunta a generosa attività che non ebbe sosta.
Don Celi fu certo ben degno figlio della Madre, per umilt e generosa attivit.
Accanto alla fotografia del Padre, Luigi, che rivela nei tratti insieme buoni e severi tanta somiglianza con il figlio, si legge: Celi Luigi Terrassa Padovana 20/6/1877<11/8/1947.
Fede, bontà, lavoro, virtù cristiane fecero di lui sposo, padre, cittadino esemplare.
Nato a Terrassa Padovana, un piccolo centro della Bassa Padovana, non lontano da quei Colli Euganei, sui quali il Foscolo esilia il suo Ortis e da quel Bacchiglione, dantescamente noto per un Papa di non santi costumi. La sua vita? Un cammino facilmente immaginabile, retto da una salda moralit contadina, dalla fede in Dio e dalla fedeltà alla famiglia.
La condizione sociale? Quella modesta di mezzadri di non vasta proprietà, dove i bambini lasciavano presto i giochi per andare a lavorare la terra.
Questa la vita del piccolo Giuseppe Celi, che, un giorno, lascia i campi e la famiglia per raggiungere a Casale l'Aspirantato Salesiano. Qui comincia l'iter del prete. Don Celi fa la sua prima professione con quel Don Rinaldi che chi, più o meno, mio coetaneo ricorda bene. Gli studi lo occupano e lo preoccupano: ha qualche difficoltà iniziale, ma dopo Filosofia a Valsalice e Teologia a Chieri che si scontra con la più alta cultura sacerdotale.
Il 4 luglio 1937 Don Celi, con il cugino Antonio ordinato sacerdote.
Nello stesso anno inviato a Vercelli.
Don Tommaso Durante, nella sua commemorazione di Don Celi, scrive: Don Celi con una carica d'entusiasmo tutta particolare arriva a Vercelli nel 1937. Ha l'incarico di maestro elementare, di maestro di musica e di Direttore dell'Oratorio. I tre anni nei quali rimane a Vercelli sono ricchi di entusiasmo, di impegno, di fatica, di condivisione.
La scuola elementare gestita assieme alla FMA (figlie di Maria Ausliatrice, ndr) che insegnavano in alcuni classi, ed impara a conoscere meglio le Suore che già stima e per le quali ha una riconoscenza particolare. La formazione dei ragazzi delle elementari, la musica e tutte le attività sportive, ricreative e formative dell'Oratorio sono nelle sue mani.
Da Vercelli giunge a Nizza, nel settembre 1941 e non se ne andrà più via: qui terminerà la sua operosa e devotissima vita.
L'entusiasmo e l'energia di Don Celi entrano come un vortice nel cortile dell'Oratorio. Il parco giochi si arricchisce e nel porticato si aprono sale per adunanze, per giochi e per proiezioni. La chiesa, abbellita di artistiche statue, lo vede celebrante, organista e talora anche sacrestano. Il campo sportivo viene adeguatamente attrezzato e diventa sede d'importanti incontri calcistici.
Il teatrino si fa dignitosissimo teatro con un bel palco ed oggi palestra della bella Compagnia Spasso Carrabile. Prodotto aureo dell'imprenditorialit educativa di Don Celi, la Banda Musicale O.S.A., che ha avuto un genis illustre, Umberto Eco.
Il suo impegno salesiano lo portò a farsi carico d'ogni sacrificio, anche ad umiliarsi per il bene dei suoi giovani. Era possibile vederlo nell'ufficio o nel laboratorio d'un benefattore, con l'aria dimessa del questuante per il bene dell'Oratorio o per quello di qualche oratoriano. Ricordiamo, pure quanti sono i giovani nicesi che hanno avuto una stabile occupazione di lavoro grazie alla questua di Don Celi, per il suo benevolo intervento? Durante la guerra entrò negli uffici di Comandi militari, negli uffici pubblici, dovunque potesse compiere la sua missione di protettore dei giovani. E Don Celi fu un missionario in Patria. Come Don Bosco non volle compromissioni con la politica, dalla quale si distinse con le stesse parole del Santo Fondatore, che alle sollecitazioni del Marchese Roberto d'Azeglio che lo invitava ad intervenire ad una pubblica manifestazione politica, rispose: Mi inviti a qualcosa dove il prete possa esercitare concretamente l'amore del prossimo e mi vedrà pronto a sacrificare tutto ciò che possiedo, anche la vita. Ma io voglio essere ora e sempre estraneo alla politica.
Estraneo alla vita politica Don Celi, ma non all'impegno civile che comportasse la sua veste di prete. Fu presente, senza interessati coinvolgimenti, nelle attività cittadine e fiancheggiatore dei Parroci, fu cappellano delle Suore, visitatore degli infermi in casa e in ospedale; insegnò religione nelle Scuole Pubbliche e partecipò ad attività benefiche. Lo si poteva trovare dovunque: in città, all'Oratorio, in chiesa; vi poteva passare accanto su un'adusata bicicletta o, a velocità sostenuta, su una macchina. Fu costruttore di muri, muri del cortile, muri del teatro, muri del campo di calcio; e molti ne limitarono l'operosità a questo aspetto manuale, ma Don Celi fu, come stato ben detto, soprattutto costruttore di anime.
Anch'io, al primo incontro, l'avevo giudicato salesiano più sollecito della fabbrica che d'altro; ma ebbi, ben presto, occasione di ricredermi. Nel numero dedicato al 50° di ordinanza sacerdotale di Don Celi io riferii, in questi termini, il mio incontro con lui. Io conobbi così. Un giorno mi capitò di veder passare in bicicletta un sacerdote, con una tonaca non certamente da cerimonie, con uno strano copricapo, che faceva forza sui pedali duna bicicletta non di prima scelta. Chiesi chi fosse. Il Direttore dell'Oratorio, Don Celi mi dissero. Restai deluso: i direttori di collegi e di oratori che avevo conosciuto nella mia infanzia avevano altro allure.
Lo rividi all'Oratorio muoversi con quel suo passo ondante, ma sicuro, con la tonaca sporca di calce, con cazzuola e mattoni, e pensai: Ecco uno di quei Salesiani che esauriscono la loro imitazione di Don Bosco nell'erigere muri e ricercare benefattori per le loro opere murarie.
Lo scatto verso la benevolenza non tardò.
Lo osservai attentamente, quando se ne stava in disparte con sincera modestia o poco discosto dai capannelli; prestai attenzione alle sue prediche venete, dopo un noviziato per cogliere pienamente quello che diceva, e scopersi che dietro quel suo sorriso buono e afono, dietro quel suo parlare chiedendo quasi scusa, c'era una dedizione saldissima alla causa dei giovani, un affetto non smanceroso che meritava ricambio, una vocazione sacerdotale esemplare. Quel piccolo salesiano dacciaio era una fucina d'idee e un turbine dazione.
Un episodio dei miei incontri con lui mi torna spesso alla mente. Un calmo pomeriggio autunnale avevo ascoltato in silenzio, seduto nel suo studio, la storia della sua vita, che benevolmente mi aveva rievocato nell'onda della dolce cantilena veneta del suo narrare. Alla fine del suo racconto, quasi timoroso di non riuscire a consonare con la sua esemplare storia, mi trovai a rivolgergli una domanda che poteva sembrare una formula retorica di cortesia: Dove ha trovato Direttore la forza per superare tante difficoltà? Ebbi di riscontro una risposta di esemplare semplicità, ma che a ben considerarla era di una alta eticità: Ho rimesso tutto nelle mani di Dio. Se avesse detto che sera affidato alla Divina Provvidenza forse non ne sarei rimasto colpito, perchè mi sarebbe sembrata una risposta conformata ad un modulo scolastico, mentre quella frase che sapeva di sapienza popolare mi fece riflettere seriamente. Rimettere tutto nelle mani di Dio voleva dire non solo affidarsi a Dio, ma riversarsi tutto in Lui, come il bambino nelle braccia materne. Era latto pi alto di fede, se per fede si deve intendere quanto si dice nel Catechismo che il Papa Benedetto XVI ha approvato con il Motu Proprio del 28 giugno 2005: Credere in Dio significa adesione a Dio stesso.
L'altezza della vita spirituale di Don Celi penso che sia stata proprio questa adesione totale a Dio; uomo di Dio in quanto suo testimone, ma anche uomo di Dio in quanto unito a Dio in una totale adesione.
Detto tutto questo, penso che si farebbe torto a Don Celi se non si ponesse l'accento anche sul suo senso gioioso della vita, che era anch'esso del tutto donboschiano.
Negli appunti per una predica o allocuzione, come segnava nei suoi scritti, per una Terza Domenica d'Avvento si legge:
Il Dio della gioia un titolo inconsueto attribuito a Dio dalla liturgia di oggi ed certamente appropriato alla realtà divina perchè noi sappiamo che Dio Amore, Verità, Vita, nella sua infinita perfezione e quindi, non può non essere il Dio della gioia perfetta.
A noi Cristiani si rivolge direttamente la Chiesa con le parole di San Paolo che ci esorta a rallegrarci nel Signore. Fratelli rallegratevi nel Signore, sempre ve lo ripeto, rallegratevi. Il Signore vicino, non abbandona chi crede in Lui e vive nel suo amore.
E che la simbiosi di gioia e amore si verificasse nellagape salesiana che legava Don Celi e i suoi figli spirituali era di tale evidenza che io credo (e penso di non essere irriverente se utilizzo le parole di Gesù attestate dal Vangelo) che quando, oggi, due o tre Ex Allievi si riuniscono, Don Celi in mezzo a loro, in posa dimessa, in silenzio, ma con gli occhi illuminati dalla gioia di sentire la presenza della fratellanza salesiana.
Gli ultimi eventi della sua vita sono ancora presenti a molti.
All'inizio del 1991 una notizia dolorosa percorse Nizza e colpì il cuore soprattutto degli Ex Allievi salesiani: Don Celi era stato colto da un attacco cerebrale, ma la sua forte fibra reagì e a maggio era guarito. Quattro anni dopo il dott. Carlo Nosenzo, cardiologo, Ex Allievo, dopo una visita, consigliò il ricovero in ospedale. Venne ricoverato presso la clinica San Secondo di Asti dove prestavano servizio le Figlie di Maria Ausiliatrice. Colpito successivamente da due emboli, il 12 marzo fu caricato affrettatamente su un'ambulanza e portato a Nizza a morire nel suo Oratorio.
Le onoranze funebri, dapprima tenute nel cortile dell'Oratorio presiedute dal Vescovo Mons. Maritano proseguirono nella Piazza del Municipio dove la salma fu trasportata a braccia, accompagnata dalle note della sua Banda e dai tocchi del Campanon.
Alla fine del funerale, quando restai solo, mi risuonarono nella mente i versi scritti da un giovanissimo poeta, per la morte d'una persona cara:
Ieri t'accompagnammo all'orto dei cipressi;
poi proseguisti solo,
per una strada derba.
Don Celi proseguì per una strada come quelle, forse, della sua terra veneta, ma quella strada d'erba s'apriva ad uno spazio infinito, ad una epopea di luce, ad una musica ineffabile, là dove, con le parole di Don Bosco, ci dice che aspetta tutti i suoi oratoriani, tutti i suoi amici, anche i fiancheggiatori e i collaterali.

Prof. Fontana Luigi
Nizza Monferrato